Il vino bio, chi l'ha visto?

Molti alimenti vantano la dicitura BIO come elemento di diversificazione e attrazione: solo una lampadina per gli "allocchi" o una reale differenza migliorativa di qualità?

Secondo i nostri cugini francesi la legge europea non fornirebbe alcuna definizione di vino biologico e non ne autorizzerebbe neppure l’utilizzo della parola sulle etichette. Di più… sempre oltralpe c’è chi, come Morethanorganic, associazione specializzata nella produzione e commercializzazione di vino biologico, afferma che non vi sia alcuna esistenza giuridica normativa europea. Forse le cose non stanno proprio così…

Già dal 2013, infatti, IFOAM Eu Group con sede a Bruxelles ha pubblicato, tra l’altro, le norme UE per la produzione del vino biologico. E così vi sono vini, come noto, che riportano anche in etichetta il termine "biologico" con tanto di logo UE.

Seriamente però il marchio di cui sopra oltre a dare legittimazione al termine BIO vantato da un’etichetta, è in ogni caso inquadrato in precise normative giuridiche, ci piaccia o no, anche al fine di riconoscerne tale produzione come economicamente e socialmente “sana” (in passato, i vini potevano essere etichettati solo come ottenuti "da uve biologiche").

Questo nuovo quadro legislativo, istituito dal regolamento (Ce) n. 834/2007, è stato completato dal regolamento (Ce) n. 203/2012 e successive modifiche che stabilisce norme dettagliate sulla vinificazione biologica aprendo così la porta al vino bio a "targa UE".

Ma è tutto oro ciò che luccica? O una semplice trovata commerciale per abbindolare il consumatore?

A parere dei detrattori, infatti, si sostiene come un ridotto uso di solfiti o il disciplinare di base per la produzione, siano elementi certo utili e necessari, ma non sufficienti.

Così basta la richiesta di rispettare la biodiversità nella produzione di uva (1), l’attenzione alla fertilità del suolo e alla vita del suolo stesso?

Ovvero, gli approcci alternativi per il controllo dei parassiti e delle malattie, la sostenibilità della produzione di uva e la lavorazione e stoccaggio del vino, la qualità dei lieviti e la fermentazione spontanea?

O ancora, le limitazioni circa l'utilizzo degli additivi e l’ulteriore riduzione di impiego dei solfiti, le limitazioni alle tecniche di lavorazione ed infine i requisiti o le restrizioni sugli strumenti e le attrezzature?

Siamo certo "commossi" da tali e tante attenzioni del Legislatore Europeo, ma non possiamo esimerci dal notare – senza con ciò sposare nessuna delle due tesi - che se la vigna della collina prossima vicina usa i peggiori e più aggressivi anti crittogamici, difficilmente il nostro buon vino "biologico" sarà realmente tale, con buona pace della sua etichetta e delle norme europee e non. Meditate consumatori, meditate…

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SPUNTI DI VISTA

EDITO

Si sgranocchia, si assaggia (1), ci si abbraccia, si ride, si affetta, si sbuccia, si piange per le cipolle (solo per quelle?), si improvvisano prodezze culinarie (2), si “ruba” un calice di rosso prima che il pranzo (3) abbia inizio, si adagia il panettone sul piatto di portata, la salsiera d’argento? e, finalmente, si ode “a tavola!”, un eco, non solo profumato, che si diffonde in tutta la casa e accarezza gli animi (e la gola) dei commensali che, lesti, trovano posto al convivio solenne (4).   Lo avete capito, spaccati di vita...