31ago 2016
ULTIMI…SCATTI

Silvia Amodio e i suoi magnifici ritratti. Foto di animali, malati di Aids, donne africane per dar voce ai derelitti, gli sventurati, i dimenticati del mondo. Privilegiando la vita.

Rigorosa, seria, determinata. E fragile, anche, come sanno esserlo solo le donne migliori. Così, appare Silvia Amodio (1), un concentrato di intelligenza e forza, di scienza e pathos.

La definiamo una fotografa? Certo, anzi forse, perché la camera, l’obiettivo, le pellicole non sono esattamente la sua passione “non fotografo mai se non per lavoro”, ammette. La sua passione è la vita, piuttosto, la sua missione dare voce agli ultimi. “Attraverso la fotografia” ci dice, “vorrei far conoscere le condizioni di vita e le categorie di persone di cui la gente, tendenzialmente, non vuol sentir parlare”.

Gente, e anche animali (2): per Silvia proprio loro sono stati la prima spinta. “Amo gli animali c’è da sempre, da quand’ero piccolissima. Mi ricordo che anche una pozza d’acqua poteva rappresentare una fonte inesauribile di meraviglie”.

Silvia, milanese di nascita, ha vissuto per 20 anni a Firenze per poi rientrare recentemente nella propria città. Laureata in filosofia con una tesi svolta alle Hawaii sulle competenze linguistiche dei delfini, ha iniziato la propria carriera divulgativa scientifica e giornalistica proprio partendo dai suoi studi. Scrivendo di animali, era diventato necessario corredare gli articoli con le fotografie, per “mostrare nella maniera più affidabile possibile le esperienze che stavo facendo”.

Si mostra quindi per via della necessità e non precisamente attraverso una vocazione quell’imprevedibile talento che fa della Amodio una delle più interessanti e originali fotografe del panorama internazionale.

Servono progetti chiari e definitivi. Tra questi, solo per citarne alcuni, quelli dell’Azienda sanitaria fiorentina e della Regione Toscana, un grande lavoro di ricerca su persone affette dall’Aids in Sudafrica. “Sentivo che dovevo andare là, in mezzo al dramma delle township di Città del Capo”.

Ma attenzione: le scelte di Silvia non sono convenzionali, ma piuttosto in controtendenza: non viene enfatizzata la sofferenza, ma celebrata la vita.

Il viaggio in Africa (3) segna, di fatto, un punto di svolta, perché si passa dal ritratto animale a quello umano. Rimane però un filo conduttore nell’arte della Amodio, il ritratto, un fil rouge che non è semplicemente formale. Ancora in Africa è ambientato il lavoro più recente, commissionato dalla Coop Lombardia: una serie di ritratti di donne del Burkina Faso.

“Non si tratta di un reportage classico, avevo troppa paura di cavalcare i soliti cliché africani. Penso invece che il ritratto possa raccontare bene la geografia, la storia, l’essenza di un popolo”.

Già, il ritratto (4)… l’ultimo stadio di un lungo processo di studio intimo. Il fatto è che Silvia è una perfezionista e, trattando temi molto seri – per esempio le vittime della pedofilia clericale - sono necessari impegno, rigore, disciplina, serietà. “Devo essere inattaccabile”, confessa Silvia.

Viene da chiedere che tipo di autonomia di scelta le venga concesso…

“Alcuni committenti mi conoscono bene, ho rapporti avviati da anni e quindi mi lasciano carta bianca; con altri, nuovi e magari è più diffidenti è più difficile far capire che il ritratto è una forma di arte espressiva e immediata”.

Silvia è una mamma, come ha fatto a conciliare la cura del figlio alle lunghe permanenze all’estero?

“Certo, la maternità è croce e delizia; è meravigliosa da un lato, e dall’altro complica un poco la vita di una donna che fa il mio lavoro. E io certo ho sofferto per i lunghi periodo di lontananza”.

Questa la mission: dare voce a loro, a chi si affida, a chi si dà totalmente con fiducia: i malati di Aids, le donne africane, persino gli animali (5)… E gli albini. “Che soddisfazione il lavoro con Albinit: grazie alle mostre organizzate in giro per l’Italia le mie foto hanno svelato un mondo di cui non si è soliti parlare molto”.

È questa necessità di denunciare le ingiustizie; questa urgenza di mostrare, di dare vita, di regalare un sorriso agli ultimi che rende il lavoro di Silvia, oltre che eccezionale dal punto di vista artistico, estremamente importante e necessario dal punto di vista sociale.

Silvia Amodio (Milano, 1968) è giornalista, fotografa e documentarista ha operato scelte espressive che coniugano etica ed estetica per affrontare temi complessi come la diffusione dell’Aids in Sudafrica, la pedofilia clericale, i bambini lavoratori in Perù, l’albinismo e la malnutrizione in Burkina Faso. Da cinque anni promuove HumanDog, un progetto itinerante che indaga la relazione tra cane e padrone da un punto di vista zooantropologico. Nel mondo della fotografia d’autore si è affermata esponendo i suoi lavori in gallerie e spazi istituzionali in Italia, Stati Uniti, Francia, Inghilterra, Olanda. Ha pubblicato i volumi “Volti positivi” (2007), “Tutti i colori del bianco” (2012) “Nessun uomo è un’isola” (2012), “L’Aquila riflessa” (2012), “Deo Gratias” (2014), “HumanDog” (MoreMondadori 2014), “HumanDog Alimenta l’Amore (2016) oltre a numerosi calendari a scopo benefico.

Ha realizzato i documentari “Volti Positivi” (2007), “I bambini del Manthoc”(2012), “Deo Gratias” (2014) e vari cortometraggi.

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SPUNTI DI VISTA

EDITO

Si sgranocchia, si assaggia (1), ci si abbraccia, si ride, si affetta, si sbuccia, si piange per le cipolle (solo per quelle?), si improvvisano prodezze culinarie (2), si “ruba” un calice di rosso prima che il pranzo (3) abbia inizio, si adagia il panettone sul piatto di portata, la salsiera d’argento? e, finalmente, si ode “a tavola!”, un eco, non solo profumato, che si diffonde in tutta la casa e accarezza gli animi (e la gola) dei commensali che, lesti, trovano posto al convivio solenne (4).   Lo avete capito, spaccati di vita...