Anglicismi superflui? Il senso autentico dell'italiano secondo Draghi
“Non ti curar di lor, ma guarda e passa”…

Ci voleva il nuovo Presidente del Consiglio Draghi per stigmatizzare il continuo uso improprio della lingua inglese (1) in sostituzione di quella italica? Novello paladino della Crusca, non più tardi di pochi giorni or sono, Draghi (2) ha tuonato contro questo imbarbarimento linguistico del Bel Paese "là dove il sì suona" come ben ricorda il nostro amato Poeta nazionale.

Basti pensare (la cosa è conosciuta) a certi eccessi che sono sempre più cool (scusate, di moda) specialmente a Milano dove, come è ben noto, i trend (le tendenze) si creano tanto quanto la finanza innovativa, anzi l’innovation. Succede così che solo poco tempo fa quando la Lombardia era ancora gialla, entrato in uno dei locali storici meneghini più blasonati (cioè in), all’ora del brunch mi venga gentilmente mostrato il menu rigidamente digitale e poco dopo, il barman (scusate il barista) (3) mi chieda se io abbia visto la compilation e fatta la mia evaluation, per decidere la... combination preferita!

Da fiorentino non posso negarlo... l’uso distorto della nostra bella lingua, a Milano (4) e non solo, è fatto acquisito, anzi distintivo se non doveroso, specie in alcuni ambienti.

Si pongono qui alcune semplici riflessioni, già Devoto notava come la lingua (tutte e quindi anche quella italiana) sia un fenomeno in continua evoluzione, così come il diritto, la scienza o la morale. Inoltre a poco o nulla, vale il fatto che l’Italiano sia tra le più ricche, se non la più ricca, di sfumature idiomatiche che permettano di definire ogni aspetto richiesto da una frase, con pienezza di dettagli.

Sorge quindi spontanea una domanda ed un dubbio, forse troppo nazionalistico tale che solo i nostri “cugini” francesi potrebbero permetterselo, sempre così attenti alla difesa della loro lingua, tanto da imporre in stampa e televisione l’uso di neologismi “franzosi” in luogo dei sinonimi e ben più diffusi inglesi: si pensi solo ad ordinateur per computer o courrier electronique per mail.

Perché quindi anteporre la lingua nostra? Per molte ragioni. Intanto perché è la nostra lingua madre ed è bella e ricca, tanto da non richiedere di “scimmiottarne” altre, spesso fuori luogo o storpiandole. Poi perché, molto subdolamente, l’uso di una diversa (in particolare di quella inglese) altro non è se non il portato storico-politico di una serie di eventi, dall’impero britannico alla fine della seconda guerra mondiale, che hanno visto il predominio militare, politico, economico e culturale di quel mondo. Il ché ha comportato e comporta l’uso non sempre consapevole di elementi giuridici, valori o disvalori morali, mode linguistiche e non, ivi compreso il degrado alimentare a base di chips and fish ed altro.

Nel periodo della (5) globalisation (dimenticavo, esiste anche globalizzazione) non si vede perché non si possa tener fede alle proprie radici, nel doveroso rispetto di quelle altrui, da quella culturale alla gastronomica, con beneplacito della cucina fusion. Sì, perché lo stereotipo dell’uso, anzi abuso, di lingue straniere ove non siano necessarie per ragioni tecniche o di (rara) assenza di sinonimi, rappresenta solo ostentazione di pseudo cultura per certi individui: “non ti curar di lor, ma guarda e passa”, citava Dante (6).

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SPUNTI DI VISTA

EDITO

Un cliché decisamente intramontabile quello del plaid, caldo, “fluido” nel senso di trasportabile ovunque, sulla poltrona davanti alla tv, in camera da letto anche se la casa è ben riscaldata (1). Cosy è cosy, e sopratutto sta bene là dove si dimentica, senza compromettere lo stile domestico, qualunque esso sia: lo si getta sul divano, lo si riprende, si piega, si ripone nell'armadio, il più delle volte ritorna etc… Mai senza! Come il mitico tubino nero.  E a seconda dei propri fantasmi invernali, lo si può accompagnare a una vellutata fuma...