Non è vero che leggiamo di meno; lo facciamo in maniera differente. E non è giusto nemmeno dire che abbiamo detto addio alla conversazione, alla concentrazione, alla creatività: soltanto che è in atto un vero mutamento antropologico che ci porta a un coinvolgimento più attivo, più social, più produttivo. È questa la tesi di Kennet Goldsmith, un artista concettuale del Moma newyorkese, titolato, quindi a parlare di intuito e genio. In questo testo agile ma al contempo densissimo di significati vengono smontati, pertanto, tanti dei pregiudizi e degli stereotipi che “demonizzano” la pratica virtuale. Certo, Goldsmith stesso è consapevole dei pericoli che l’uso smodato e compulsivo dei social possono nascondere, tuttavia è perentorio nell’affermare che la tecnologia di per sé non crea distanza né disaffezione tra le persone; che l’attività sul web rappresenta un’estensione di quella cerebrale; che, in pratica, anziché antisociali rischiamo di diventare tutti “accanitamente” sociali. Pertanto, mentre da più parti, anche attraverso convincenti saggi, si dipinge una realtà diametralmente opposta, “Perdere tempo su Internet” ci fa scoprire come in realtà la Rete è e potrebbe essere ancor di più una fonte pressoché inesauribile di potenzialità che arricchiscono la vita dell’uomo. Pensiamo a quanto sono cresciute le possibilità di informazione rapida per tutti noi, all’opportunità di crearci nuovi contatti, di costruire i nostri archivi, di autorappresentare la nostra identità narcisistica. Non fosse che – e l’autore è chiarissimo su questo punto – l’uso di Internet e del multitasking dovrebbe essere sempre “consapevole”, e non ci faccia abbandonare totalmente e definitivamente le vecchie, sane abitudini, le antiche relazioni, il sano faccia a faccia. E gli amati libri, profumati di polvere e cultura.
Kennet Goldsmith, Perdere tempo su Interner, Einaudi, Torino, 2017, pp.183, 18 euro.